giovedì 27 settembre 2012

Quarantadu

Quarantadu
 


Quarantadu si svegliò quel mattino con un senso di sbigottimento. La notte non era stata granché: il vento non aveva smesso un minuto e il portello metallico aveva continuato a cigolare a intermittenza, sbattendo contro la fiancata della botte secondo la ritmica delle folate che da nord investivano la valle.
Si alzò, ripiegò la stuoia di canapa spessa che usava come materasso e la ficcò nell’andito tra il portello e la parete d’acciaio del silos, quindi fece lo stesso con il telo di sacco, ruvido e spesso, col quale si riparava dall’umidità di quelle afose nottate di fine estate. Poi si sporse fuori e allungando tutto il braccio tirò dentro il secchio dell’acqua piovana. Con le mani raccolte a conca ne prese un poca e se la passò sul viso. Si strofinò vigorosamente il collo e le ascelle fino a che non le vide arrossare, sentendo un’ondata di benessere corrergli per il corpo, quindi lanciò un’occhiata di sfuggita alla sua faccia, riflessa sulla parete d’acciaio ricurvo della botte, ma questa, segnata dalla mala notte, gli parve ancora più inespressiva e scialba del solito, e se ne ritrasse disgustato. Si rivestì. Da una cassetta di legno, modello confezione regalo, grande e profonda, adatta a una magnum da cinque litri, trasse una casacca di cotone sdrucito. Se la infilò dalla testa e intanto prese dalla cassetta una vecchia cravatta di seta rossa, che ancora portava il segno di un marchietto a forma di cavatappi, e se la passò attorno al collo, senza annodarla. Richiuse la cassetta e la ripose su uno scaffaletto metallico alle sue spalle, dove stavano allineate altre cassettine della stessa specie, di grandezza diversa. Tutte portavano stampigliato sul cofano uno scudetto e la scritta “Garbussola Vini di Pregio srl”.
Si strinse al collo la cravatta, infilò un paio di scarpe da tennis, sdrucite al pari della casacca e con un buco vistoso in corrispondenza dell’alluce destro, che vi sbucava fuori ogni volta che allungava il passo, come una muricciola dalla sua tana, e uscì dalla botte. Il sole ormai era spuntato da un po’, e nel guardarsi indietro Quarantadu non poté fare a meno di osservare la cisterna in acciaio inox, nuda come un monumento sepolcrale, che un tempo era servita per lo stoccaggio di vini refrigerati e che ora gli serviva da riparo. Era stata la più grande tra le sue cinque sorelle, e fino a qualche anno prima troneggiava fra di esse da padrona; ora però, dopo il “gelicidio carbonatico”, come era stato battezzato dagli studiosi dell’università di Verona, restava da sola a fare la guardia ai campi. Era troppo grande, e non c’era stato il tempo di smantellarla e portarla via come le altre, prima che la polvere finisse per formare anche su di essa un unico manto di boiacca durissima. Accanto a lei, incapsulato nel suo involucro di sasso, il trattore, ancora con l’autobotte al traino. Nell’insieme, le viti avviluppate ai tiranti d’acciaio dei filari a Guyot, la cantina e la stessa casa padronale, svuotata della mobilia e con le finestre prive di infissi che parevano orbite vuote di un teschio, creavano come un unico enorme quadro, una lugubre installazione spontanea che andava dalla valle dell’Adige fino alla città. Irrigidita sotto la coltre che l’aveva imprigionata, la Valperduta era sigillata nel suo involucro come una nuova Ercolano, o una Pompei dell’era industriale.
Quarantadu trasse un gran respiro, fece qualche piegamento, due, tre circonduzioni delle braccia, giusto per sciogliere le articolazioni, e cominciò la sua corsetta. Come tutte le mattine, costeggiò il brolo della villa, poi proseguì a zig zag fra i tronchi dei grandi cedri del parco, che giacevano per traverso sul sentiero come le ossa di qualche antico mostro preistorico, e imboccò con decisione la strada verso il paese.
Intorno, non un rumore, un’eco. Nulla.
Arrivato al bivio delle scuole, prima di salire verso il vaio si fermò a guardarsi indietro. Il sole picchiava forte, e riflesso dalle sagome delle case, lisce e scintillanti, ricoperte con i loro giardinetti da un’unica, grande glassa traslucida, era ancora più cattivo. Quarantadu si asciugò la fronte col dorso della mano. Era vecchio, ormai. Da quanti anni viveva in quella botte, unico abitante di una valle che un tempo aveva ospitato più di sessantamila persone? Troppi. Ormai ne aveva perso il conto.
Pensò al suo nome, a come la sua famiglia se lo era portato dietro da generazioni, fino a lui, senza un perché preciso. Un nome che non significava nulla, e che un romanziere svagato avrebbe potuto scegliere a caso per designare una assurda combinazione di storie, con vampiri e morti viventi, irruzioni di alieni, o altre fantasie improbabili, e si sentì ancora più solo e abbandonato da tutti.
“Poche storie,” si disse. Riprese la corsa con lena rinnovata e raggiunse il punto di arrivo, lo spiazzo della cementiera dove ogni mattina si fermava a fare i suoi esercizi. Un’ora di flessioni e di stretching, giravolte e distensioni utilizzando una serie di macchine di fortuna che egli stesso si era costruito utilizzando i tronchi delle robinie rovinati sul piazzale. La violenza della caduta li aveva scrostati dal callo di sasso che li rivestiva e avevano in parte riacquistato la loro elasticità originaria. Si era così costruito una serie di bastoncini, di varia lunghezza, delle clave rudimentali, e intrecciando la corteccia anche delle corde con cui si era inventato una serie di esercizi.
Il piazzale aveva anche un altro vantaggio. L’enorme torre della cementiera, in parte rovinata al suolo il giorno dello scoppio, proiettava un’ombra gradevole al riparo della quale Quarantadu poteva sostare di quando in quando nelle sue corsette attorno allo spiazzo. Passò così una mezzora, corricchiando in tondo e fermandosi ogni tanto per gli esercizi, poi si sciacquò in una pozza di acqua piovana e riprese il percorso verso casa. Nel ritorno Quarantadu sfiorò il muraglione della fabbrica, che tornava a mostrare le vecchie scritte, a suo tempo malamente cancellate da mani di vernice bianca e ora di nuovo riaffioranti: “Il cemento ti cementa. Ribellati”, “No alla cementiera”, “Sindaco boia”. Quindi risalì fino alla piazza del paese. Incrociò il municipio, con le due bandiere, veneta e della Repubblica italiana, che pendevano dall’asta rigide come due baccalà rinsecchiti, e scese per la strada delle Molfette, passando tra le vecchie corti deserte. Valperduta si apriva davanti a lui silenziosa e vasta. Un’unica distesa di paesi e di campi, spopolata e solcata da strade deserte, ormai inutili. Dopo l’esplosione, avvenuta giusto dieci anni prima, alle 11.32 del 25 agosto 2012, la ciminiera del forno a cicloni aveva continuato per mesi a eruttare cemento, senza che nessuno riuscisse a fermarla. Una nube densa e velenosa aveva sommerso l’intera vallata, con le sue case, le strade, le vigne. Con i suoi abitanti. Tanti erano morti. Gli altri, fuggiti in città, o più lontano, via da quell’inferno. Poi, lentamente, era calato il silenzio. Impastato dalle piogge, il cemento si era solidificato in una corteccia dura e impermeabile, finendo di soffocare ogni forma di vita. Una piccola parte, però, si era mantenuta nel suo stato primitivo, e ancora quel giorno una cipria inodore ormai incapace di rapprendersi veniva trascinata dal vento in rapide folate, andando ad ammonticchiarsi negli angoli delle vie, contro le marogne e i muri delle case, nell’incavo delle cunette, dei fossi di scolo. Rivestiva gli alberi, i ciuffi d’erba, i viluppi delle liane nelle siepi, dando vita a mutevoli fantasmagorie vegetali che nel loro variare incessante davano l’illusione di una vita che si manteneva a dispetto di tutto.
Ma era, appunto, illusione.
Arrivato al bivio che portava alla cantina, Quarantadu diede un’occhiata al portico della vecchia casa di sassi e alla gallina rimasta a covare per sempre le sue uova di pietra, poi riprese la sua corsa senza voltarsi, e in dieci minuti era tornato. La botte di acciaio, col tettuccio spesso e solido come il carapace di una enorme tartaruga, sembrava sorridergli dalla sua bocca sdentata, il chiusino a tenuta stagna millimetri 600 x 800 che gli si apriva davanti beffardo.
Un giorno quella cisterna, modello Megatank a serbatoio termostatico, con intercapedine di schiuma poliuretanica ricoperta in lamiera inox da 12/10 a giunture sigillate, era stata l’orgoglio di Ermanno Garbussola, detto Quarantadu, re dello spumante e gran signore del passito. Ora serviva solo come rifugio di un vecchio senza illusioni e senza eredi.

lunedì 28 novembre 2011

Dieci

Aveva pianto. Non lo aveva mai visto piangere a quel modo, e le dispiaceva. Nonostante tra loro non fosse mai esistita una vera passione, era legata a quell’uomo. Gli voleva bene. Quel bene che dopo un poco, nei matrimoni, diventa la tranquilla abitudine di avere qualcuno accanto, purchessia, e vederlo piangere, così, senza motivo apparente, l’aveva colmata di inquietudine.
Ancora adesso, passata la notte e rientrata al lavoro, Alida sentiva il disagio di quello sfogo, come nascondesse un sottile ricatto (continua)

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Undici

– Qual è il senso della vita di una donna, Nadia? Non si stupisca, è da quando sono alta così che mi faccio questa domanda, e infine pensavo di aver trovato la risposta. L’unica giusta. Non mi guardi con quella faccia. Che io sia il suo capo non ha alcuna importanza. Mi dica, Nadia, c’è un senso nei nostri sacrifici? Di donne, voglio dire….
– Ma, non saprei. Non è che io mi sia chiesta molte volte se era bene o male, se potevo chiedere una cosa o l’altra. Il fatto che potessi ottenerla mi è sempre sembrato sufficiente per andare avanti. A chiedere, voglio dire. Non è questo che ci si aspetta da una donna? (continua)

mercoledì 23 novembre 2011

Otto

Non smetteva di tormentarsi. Perché non chiamava? Aspettava un messaggio con ansia. Il cuore, a tratti, pareva scoppiargli nel petto. Gli troncava il respiro. Aprì e chiuse il cellulare. Le dieci passate. Che aspettava? A quell’ora, doveva essere in ufficio da un pezzo. Perché non si faceva viva? Si tirò a sedere. Il muscolo tra le scapole si fece sentire, ancora una volta dolorosamente. Non poteva andare avanti a quel modo. Ma che fare? (continua)
Nove

Perché si era sposato? E perché proprio con quella donna? Alida aveva una sua bellezza, anche se poco appariscente. Intelligente, sapeva affrontare le situazioni, e le responsabilità non le facevano paura, non si tirava indietro di fronte a nulla. Era affettuosa, e certi suoi slanci a volte lo sorprendevano, anche se in fondo restava una donna semplice. L’ideale per mettere su famiglia, avere dei figli. Una brava donna di casa. Prima di lui, gli aveva detto, non aveva avuto nessuno. Forse era vero, forse no, ma che importava? Ora era sua, tutta sua. (continua)

mercoledì 9 novembre 2011

elegia settimo

Era terrorizzato. Quella notte il vento infuriava senza sosta. La stagione cambiava, stava entrando nel periodo più turbolento, e i cambiamenti, su in collina, erano più rapidi e crudi. Alcune imposte malferme al pianterreno continuavano a sbattere. Nel dormiveglia, interrotto da continui incubi, Fernando Ledri aveva sentito sua moglie alzarsi più volte e scendere fuori. Per poco, gli scuri avevano smesso, ma poi il vento era sempre riuscito a riprendere il suo gioco.
A un tratto, qualcosa... (continua)
elegia sesto

Appoggiata a una pila di mattoni, in cortile Alida osservava la luna tramontare dietro la collina.
Era tardi, ormai. Leonardo era a letto, e il più grande finiva i compiti nella sua camera. Anche Maria se n’era andata.
Quanto tempo era passato. Si era sposata giovane. Appena ventun’anni. Una ragazza senza esperienza. Prima, al liceo, aveva avuto una mezza storia. Lui era un ragazzo alto, sgraziato. Stava nella sua stessa classe ma aveva due anni più di lei. Gli piaceva quell’aria spavalda che aveva... (continua)

lunedì 31 ottobre 2011

elegia quinto

Alida uscì lentamente dalla città. Seduta alla guida, fantasticava, la mano distesa lungo il fianco. Tra indice e medio, senza accorgersene arricciava l’orlo della gonna, un leggero pizzo di trina, grigio chiaro, morbido al tatto…
Quel tocco le dava un lieve piacere, così simile a quello dei suoi primi baci di ragazza. Lo stessa emozione del primo raggio di sole sulla sua pelle nuda, quando sul finire della primavera con le amiche scendeva al bagno giù al lago, alla Baia delle sirene. Al tocco dell’acqua, in precario equilibrio sui viscidi ciottoli(segue)

sabato 22 ottobre 2011

elegia quarto

La giornata era aperta, limpida come era giusto per un pomeriggio di inizio settembre, senza vento, carezzevole, e Alida indugiava sul vialetto che dal corso portava in piazza Brà. Quel giorno il lavoro le aveva dato respiro. Aveva controllato il caricamento dei camion per la Germania, verificato i documenti di viaggio, si era fatta vedere... (continua)

domenica 16 ottobre 2011

elegia terzo

Gli bastava percepirne la presenza. Tenerla in mano, seguirne le forme angolose, sentire come rispondeva alle sollecitazioni, come si offriva alla pressione combinata delle dita, aprendosi docile, meccanismo dopo meccanismo. Gli piaceva sapere che quell’incastro perfetto di molle, asta di caricamento, leva di sparo, carrello-otturatore, tutte le parti, metalliche e no, erano a disposizione del suo piacere. Ora l’avrebbe smontata e poi... (continua)

sabato 8 ottobre 2011

elegia secondo

Non poteva rimproverare nessuno. Era stata lei a chiedere l’impiego. In casa, dopo che suo fratello si era sposato con quella poco di buono della Bassa, non ne giravano tanti, c’era solo la minima di sua madre, e capirai, mica ci si campa, con la minima. E allora quando la Giovanna l’aveva presa in disparte e le aveva detto di quel posto di governante, be’, perché no? La paga era sicura, non c’era da massacrarsi. Anche se, quella casa così grande. E tutta quella polvere. Quando l’avrebbero smessa (continua)

(nel caso non si aprisse, andate direttamente al testo

lunedì 3 ottobre 2011

elegia primo

... ho provato a scrivere un noir. un cedimento alla moda? mah... diciamo che mi piace tentare nuove vie. a poco più di cinquant'anni non ho ancora deciso - come scrittore - cosa farò da grande...
ed ecco qua il primo capitolo: i miei corrispondenti, mi son detto, magari avranno la pazienza di sobbarcarsene la lettura, con quelli che seguiranno, settimana dopo settimana. e magari anche qualcun altro che passerà per caso da queste parti...

buona lettura (fc)


Le otto e mezzo. Dalla camera a pianterreno dove si trovava confinato ormai da una settimana, Fernando Ledri seguì i rintocchi del pendolo che giungevano dal salotto con una sensazione di disgusto. Gli restava giusto il tempo di alzarsi e di trascinarsi fino al bagno. Ma voleva farlo da solo, senza che Maria lo sorreggesse. Quella donna aveva un fare (segue)

lunedì 14 dicembre 2009

APPUNTAMENTO DA CHARLIE

Un mio racconto di qualche anno fa...
Qualcuno lo conosce già, dato che l'ho letto recentemente alla Notte bianca di Villafranca.
Ne ho degli altri, da rielaborare. Se vi sarà piaciuto questo, promesso li metterò a posto e ve li farò leggere...

a presto
fc



APPUNTAMENTO DA CHARLIE
Un provinciale a Milano, con poeta di sfondo
(da "Ritratti involontari")
di Franco Ceradini


La ragazza aveva la mia andatura. Allungai il passo e la raggiunsi.
– Signorina, mi scusi, saprebbe indicarmi Ripa di Porta Ticinese?
– Non è lontano. Io abito lì, venga.
Ci sono tanti luoghi comuni su Milano. La si immagina enorme, caotica, con quei palazzi che incombono. Un monumento. E in parte è così. Uno che arriva da un paese, si sente il Duomo cascare in testa. (La Scala no, quella è una delusione. Piccola, quasi dimessa, in televisione pare un’altra cosa. E poi, la ricordavo ai tempi della contestazione: la buona borghesia milanese impellicciata e gli studenti che lanciano uova. Ora, chi lo farebbe? Anche i miti hanno il loro tempo. E col mito svanisce anche la cosa.) Dicevo del Duomo. Ho sempre pensato che a suo tempo avrebbero potuto risparmiarsi la fatica di questa gran fabbrica, tanto ne è uscito un pretenzioso ammasso di marmi. Che roba. Fortuna che ci sono posti come Porta Ticinese, con le corti che si affacciano sul Naviglio, e le bottega del corniciaio, la tipografia artigiana che dà sulla via.
Lo dico alla mia accompagnatrice. Lei non è di Milano. È qui per studio, frequenta il Politecnico ed è prossima alla laurea. Viene da un paese della Campania, ma non condivide la mia avversione per questa città grande e grossa. A Milano uno trova tutto. Competenze, occasioni di lavoro… Mi chiede che ci faccio qui.
– Cerco una persona. Una poeta.
Mi guarda, curiosa. Non so se dirle il nome, ho paura di sembrarle presuntuoso.
– Be’, – dico, – anche lei è un monumento. Immagino che conoscerà ***.
– Certo. La poetessa. Ma perché la chiama al maschile?
Ho la risposta pronta. Direttamente dalle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, a cura della Commissione Pari Opportunità, Zecca e Poligrafico dello Stato, Roma 1987.
– Poeta è una parola epicena. Vale per il maschile e per il femminile.
– Ah. Va be’… E lei la cerca qui, la sua poeta?
– Non mi dica che non sa dove abita.
Mi guarda. Ha due occhi profondi e neri contornati da folte sopracciglia. – Non ne ho idea, – mi dice con quel suo fare spiccio. – Comunque, questa è la Ripa. Ricorda il numero?…
Non le rispondo.
– … Ma lei, perché si interessa tanto a ***?
Glielo sto per dire, ma accelera il passo e svolta per una via scura e stretta. Sulla cantonata vedo il caffè. Lei dovrebbe essere lì che mi aspetta. Annoto mentalmente il posto e seguo la ragazza. Non fa molta strada, si ferma sotto un portone con una fila di campanelli. – Io sono arrivata. Senta, – mi dice, – perché non sale da me, così le faccio vedere qualche mio lavoro?
è tutto così equivoco. Nemmeno il fatto che siamo qui insieme è molto chiaro. Milano è una città che stordisce. Uno prende la metro in Stazione centrale, scende a Famagosta e si ritrova in un paese in riva a un fiume, in un intrico di vie. Chiede informazioni e dopo cinque minuti è sotto casa di una ragazza sconosciuta che lo invita. Capisco come ci si possa perdere per sempre, qui. E non solo a Porta Ludovica.
– … se è per questo, anche a Porta Ticinese…
Come, scusi?
– Ah, no. Non dicevo a lei. Conosce Umberto Eco?
– Mi prende in giro? Vuol farmi credere che anche lui abita qui?
– No. Ma ha scritto un racconto che parla di come ci si può perdere a Milano.
– Lo conosco. “Il paradosso di Porta Ludovica”. Sta in Diario minimo. Mondadori, Milano 1978. Più volte ristampato.
La ragazza è sveglia. Potrei accettare, perché no? Ma le stanze degli studenti sono così tristi… Oppure invitarla a bere un caffè. Non fosse per il mio appuntamento. È anche bella, oltre tutto.
– No, grazie. Sarà per un’altra volta, – dico.
Che frase stupida. Ma lei non capisce. Si è già scordata dell’invito. Le parole vanno e vengono, in questa città. Così leggere, si perdono per le vie.
– Intendevo dire: grazie per l’invito, ma non posso accettare. Ho fretta.
La saluto e mi avvio verso il bar.
Appena svoltato, mi ricordo che non le ho risposto, non le ho detto dove abita ***.
Meglio così. Che se ne farebbe, una laureanda in architettura, dell’indirizzo di una poeta? E poi, io so solo che ci dobbiamo incontrare da “Charlie”.

lunedì 2 novembre 2009

I Navigli celesti - Ricordo di Alda Merini

Il sorreggere

ad A. M.


Io lo so
che il sogno mio e tuo
ci è stato strappato
con impeto più feroce
di quanto si possa cantare.
Non strappano così
gli amanti da se stessi
le proprie viscere:
con ardore?

Cade dal cielo,
oggi,
finissima cenere;
arde i tuoi capelli,
le mie ciglia sfinite
di pianto.

Chiara veste, lucide
labbra, così ti ricordo:
il rosso e il bianco del mattino.
Sei stata per me
insperato riparo
in un giorno di pioggia,
quando cedeva la pietra sconnessa
sotto il peso del corpo.

Reggiti a me, ora:
sostiene il tuo passo malfermo
la mia mano di uomo;
e la tua mano di donna
– tu sciolta corrente di navigli celesti –
conforti l’arsura
che mi consuma.

martedì 27 ottobre 2009

Perché un blog?

Perché un blog? ce ne sono già tanti...
Vero, ma nessuno dedicato a Verona. La Verona “nera”, intendo.
E quando dico “nera” non mi riferisco alla città politica. A questo proposito, ci sarebbero molte cose da dire, ma me ne astengo… Preferisco parlare di temi che sento più consoni. Che poi sono quelli ai quali mi sto dedicando da un po’ di tempo…
Molti di voi mi conoscono come organizzatore. Per dieci anni ho lavorato al festival di poesia della Valpolicella (per due anni, nel 2002-2003, “di Verona e della Valpolicella”…) ed è stata una bella esperienza, che mi ha permesso di conoscere le voci più belle della poesia italiana, ma anche tanti amici, semplici fruitori, appassionati e attenti…
Il Festival mi ha dato tanto. Credo anche di aver dato tanto. Comunque a sufficienza…
Ancora oggi molti mi chiedono: Ma perché non organizzi ancora il festival? Ci manca… Be’, devo dire che quelle serate di primavera, nel chiaro delle corti, presi dalla musica, dalla poesia, anche a me mancano…
Ma, credetemi, non mi manca proprio il carico d’ansia che mi gravava addosso per sei mesi (tanto tra una cosa e l’altra mi impegnava il festival…), né le notti insonni, né le preoccupazioni per tutto quello che non funzionava. E le cose che non funzionavano erano ogni anno troppe…

Ma non la tiro in lunga. Il passato è passato. E devo dire che il motivo principale per cui ho abbandonato l’attività di organizzatore non è stato lo stress, ma un altro.
Anzi, sono due:
Primo, non era il mio mestiere. Mi sono reso conto che non ero bravo e non lo sarei mai stato. Mi mancava la freddezza, la durezza, e tante altre cose…
Secondo e principale: non era quello che volevo fare da grande…

E allora, cosa volevo fare?
Scrivere. E che altro, se no?
Direte: Sai che novità: in questo paese tutti vogliono scrivere.
Dico: Va bene. Ma io rispondo solo per me stesso.

E in effetti in questi ultimi anni qualcosa è uscito. Se fate un salto sul mio sito (www.francoceradini.it) potrete farvene un’idea.
Tre romanzi: il primo, Pulviscolo, di intonazione introspettiva, ma con ambizioni di critica sociale; il secondo, Di Maddalena e di me, un romanzo intimistico, assolutamente non autobiografico; e il terzo, Teatro delle ceneri, una fantasticheria su un’Italia prossima ventura che vi sconsiglio caldamente di leggere. Chi lo ha fatto, dice che per qualche notte non è riuscito a dormire…
(ma chi volesse proprio provarci, per 15,00 euro lo può comprare in libreria, ad esempio al Minotauro di Verona, oppure su IBS o altri siti di vendita via internet…)

Bene, direte, ma non s’è ancora capito il perché di questo titolo…
Perché Nero Veronese?

Un blog sui misteri di Verona?
Può essere…

Un blog sui malesseri di Verona?
Sicuramente…

Un blog su quello che io provo a scrivere su tutto questo?
Altrettanto sicuramente. O almeno, quella è l’intenzione.

Dal mio angolo di visuale, di autore portato all’introspezione, da qualche tempo vado ficcando il naso nelle vicende veronesi. Quelle atroci che ci hanno impressionato negli ultimi anni, dal caso Ludwig fino ai più recenti fatti di cronaca. La lista potrebbe essere lunga…
De Cataldo, Carofiglio? In genere, un tipo di narrativa che ricostruisce minuziosamente un fatto di cronaca, per portare alla luce lati oscuri o poco noti… Un Romanzo criminale in salsa veronese?... No. Ci ho provato, ma bisogna essere tagliati per queste cose. Confesso che il romanzo di indagini non mi attrae, nemmeno come lettore. Quando avverto che si tratta della ricostruzione di fatti realmente accaduti, non riesco a proseguire, cade la sospensione di incredulità, chiudo il libro e via… Nello scaffale a casa ho una fila di libri di questo tipo che ho comprato e che poi, con un misto di senso di colpa e di sollievo (mica tutto può piacere: non basterebbe una vita se si dovesse leggere ogni cosa, se non ci si lasciasse guidare dal gusto soggettivo…), non ho mai letto fino in fondo.
Devo dire che anche un altro genere di “noir” mi lascia freddo. Ovviamente, non per demerito degli autori. Anche qui, vale il criterio dello “strettamente personale”… Mi riferisco ad autori come Patricia Cornwell, Kathy Reichs, e tutti gli altri, anche italiani, che si divertono a collezionare atrocità, smembramenti, violenze gratuite…
Ovvio che la vita, oggi, è fatta anche di queste cose. E che è del tutto lecito appassionarsi a questo mondo oscuro. Ma lascio volentieri ad altri il compito di raccontarlo. Lunga vita al genere pulp!

I miei autori sono altri.
Uno, soprattutto, che ho scoperto molto tardi. Lo confesso, di Georges Simenon sapevo pochissimo, fino a qualche tempo fa. A parte qualche Maigret, e lo stesso Maigret televisivo, con Gino Cervi, o quello francese, con Jean Gabin, non conoscevo molto altro di lui. È stato per caso, durante una puntata di “Che tempo che fa”, con Roberto Calasso, che ho incontrato l’“altro” Simenon, quello dei romanzi “duri”. Fazio chiese all’editore quando l’Adelphi avrebbe pubblicato il secondo volume dei romanzi di Simenon. Il primo, già bellissimo, lo aveva conquistato.
Ed è stata una scoperta magnifica, quando, tempo dopo, mi sono portato a casa il cofanetto. “La casa sul canale”, “La vedova Couderç”, “Il borgomastro di Fournes”, oltre ai bellissimi “L’uomo che guardava passare i treni” e “La neve era sporca”, che già conoscevo… è stata come una cascata di emozioni: le situazioni, i personaggi si alternavano con naturalezza, senza forzature, svariando dal dramma all’elegia. La descrizione, nitida e puntuale, l’approfondimento psicologico, acutissimo, la cadenza narrativa, magistrale…

Ed è stato così che finalmente ho capito come scrivere il mio “noir”, dopo tanti esempi, italiani e stranieri, che mi avevano lasciato con un pugno di mosche.
Dopo mesi di esitazioni e tentativi a vuoto, dopo pagine e pagine abortite, la scrittura ha ripreso a scorrere.
Ne è nato il nuovo romanzo. Un “noir” che ancora non ha un titolo definitivo, e che potrebbe chiamarsi “Ca’ de Loi” (casa dei lupi…) oppure “Tra quattro mura”, come nel progetto iniziale.


Ci penserò. Il manoscritto è in giro da un po’, tra gli amici, e ora è nelle mani dell’editore…
Mi sa che dovrò rimaneggiarlo, oltretutto…

E intanto?

Intanto, vorrei scrivere altre cose più brevi. Dei racconti. Noir e non solo...
Da pubblicare nel frattempo, almeno qualcuno, su questo blog…

Per avere un dialogo con i miei lettori. Con quelli che già mi conoscono, e con quelli che spero di conquistare…

Ma mi piacerebbe che anche altri pubblicassero qui i loro racconti.

Noir, o d’altro genere…


Che ne dite? Si può fare?

Altre idee?...


Franco Ceradini