lunedì 14 dicembre 2009

APPUNTAMENTO DA CHARLIE

Un mio racconto di qualche anno fa...
Qualcuno lo conosce già, dato che l'ho letto recentemente alla Notte bianca di Villafranca.
Ne ho degli altri, da rielaborare. Se vi sarà piaciuto questo, promesso li metterò a posto e ve li farò leggere...

a presto
fc



APPUNTAMENTO DA CHARLIE
Un provinciale a Milano, con poeta di sfondo
(da "Ritratti involontari")
di Franco Ceradini


La ragazza aveva la mia andatura. Allungai il passo e la raggiunsi.
– Signorina, mi scusi, saprebbe indicarmi Ripa di Porta Ticinese?
– Non è lontano. Io abito lì, venga.
Ci sono tanti luoghi comuni su Milano. La si immagina enorme, caotica, con quei palazzi che incombono. Un monumento. E in parte è così. Uno che arriva da un paese, si sente il Duomo cascare in testa. (La Scala no, quella è una delusione. Piccola, quasi dimessa, in televisione pare un’altra cosa. E poi, la ricordavo ai tempi della contestazione: la buona borghesia milanese impellicciata e gli studenti che lanciano uova. Ora, chi lo farebbe? Anche i miti hanno il loro tempo. E col mito svanisce anche la cosa.) Dicevo del Duomo. Ho sempre pensato che a suo tempo avrebbero potuto risparmiarsi la fatica di questa gran fabbrica, tanto ne è uscito un pretenzioso ammasso di marmi. Che roba. Fortuna che ci sono posti come Porta Ticinese, con le corti che si affacciano sul Naviglio, e le bottega del corniciaio, la tipografia artigiana che dà sulla via.
Lo dico alla mia accompagnatrice. Lei non è di Milano. È qui per studio, frequenta il Politecnico ed è prossima alla laurea. Viene da un paese della Campania, ma non condivide la mia avversione per questa città grande e grossa. A Milano uno trova tutto. Competenze, occasioni di lavoro… Mi chiede che ci faccio qui.
– Cerco una persona. Una poeta.
Mi guarda, curiosa. Non so se dirle il nome, ho paura di sembrarle presuntuoso.
– Be’, – dico, – anche lei è un monumento. Immagino che conoscerà ***.
– Certo. La poetessa. Ma perché la chiama al maschile?
Ho la risposta pronta. Direttamente dalle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, a cura della Commissione Pari Opportunità, Zecca e Poligrafico dello Stato, Roma 1987.
– Poeta è una parola epicena. Vale per il maschile e per il femminile.
– Ah. Va be’… E lei la cerca qui, la sua poeta?
– Non mi dica che non sa dove abita.
Mi guarda. Ha due occhi profondi e neri contornati da folte sopracciglia. – Non ne ho idea, – mi dice con quel suo fare spiccio. – Comunque, questa è la Ripa. Ricorda il numero?…
Non le rispondo.
– … Ma lei, perché si interessa tanto a ***?
Glielo sto per dire, ma accelera il passo e svolta per una via scura e stretta. Sulla cantonata vedo il caffè. Lei dovrebbe essere lì che mi aspetta. Annoto mentalmente il posto e seguo la ragazza. Non fa molta strada, si ferma sotto un portone con una fila di campanelli. – Io sono arrivata. Senta, – mi dice, – perché non sale da me, così le faccio vedere qualche mio lavoro?
è tutto così equivoco. Nemmeno il fatto che siamo qui insieme è molto chiaro. Milano è una città che stordisce. Uno prende la metro in Stazione centrale, scende a Famagosta e si ritrova in un paese in riva a un fiume, in un intrico di vie. Chiede informazioni e dopo cinque minuti è sotto casa di una ragazza sconosciuta che lo invita. Capisco come ci si possa perdere per sempre, qui. E non solo a Porta Ludovica.
– … se è per questo, anche a Porta Ticinese…
Come, scusi?
– Ah, no. Non dicevo a lei. Conosce Umberto Eco?
– Mi prende in giro? Vuol farmi credere che anche lui abita qui?
– No. Ma ha scritto un racconto che parla di come ci si può perdere a Milano.
– Lo conosco. “Il paradosso di Porta Ludovica”. Sta in Diario minimo. Mondadori, Milano 1978. Più volte ristampato.
La ragazza è sveglia. Potrei accettare, perché no? Ma le stanze degli studenti sono così tristi… Oppure invitarla a bere un caffè. Non fosse per il mio appuntamento. È anche bella, oltre tutto.
– No, grazie. Sarà per un’altra volta, – dico.
Che frase stupida. Ma lei non capisce. Si è già scordata dell’invito. Le parole vanno e vengono, in questa città. Così leggere, si perdono per le vie.
– Intendevo dire: grazie per l’invito, ma non posso accettare. Ho fretta.
La saluto e mi avvio verso il bar.
Appena svoltato, mi ricordo che non le ho risposto, non le ho detto dove abita ***.
Meglio così. Che se ne farebbe, una laureanda in architettura, dell’indirizzo di una poeta? E poi, io so solo che ci dobbiamo incontrare da “Charlie”.

Nessun commento:

Posta un commento