Un mio racconto di qualche anno fa...
Qualcuno lo conosce già, dato che l'ho letto recentemente alla Notte bianca di Villafranca.
Ne ho degli altri, da rielaborare. Se vi sarà piaciuto questo, promesso li metterò a posto e ve li farò leggere...
a presto
fc
APPUNTAMENTO DA CHARLIE
Un provinciale a Milano, con poeta di sfondo
(da "Ritratti involontari")
di Franco Ceradini
La ragazza aveva la mia andatura. Allungai il passo e la raggiunsi.
– Signorina, mi scusi, saprebbe indicarmi Ripa di Porta Ticinese?
– Non è lontano. Io abito lì, venga.
Ci sono tanti luoghi comuni su Milano. La si immagina enorme, caotica, con quei palazzi che incombono. Un monumento. E in parte è così. Uno che arriva da un paese, si sente il Duomo cascare in testa. (La Scala no, quella è una delusione. Piccola, quasi dimessa, in televisione pare un’altra cosa. E poi, la ricordavo ai tempi della contestazione: la buona borghesia milanese impellicciata e gli studenti che lanciano uova. Ora, chi lo farebbe? Anche i miti hanno il loro tempo. E col mito svanisce anche la cosa.) Dicevo del Duomo. Ho sempre pensato che a suo tempo avrebbero potuto risparmiarsi la fatica di questa gran fabbrica, tanto ne è uscito un pretenzioso ammasso di marmi. Che roba. Fortuna che ci sono posti come Porta Ticinese, con le corti che si affacciano sul Naviglio, e le bottega del corniciaio, la tipografia artigiana che dà sulla via.
Lo dico alla mia accompagnatrice. Lei non è di Milano. È qui per studio, frequenta il Politecnico ed è prossima alla laurea. Viene da un paese della Campania, ma non condivide la mia avversione per questa città grande e grossa. A Milano uno trova tutto. Competenze, occasioni di lavoro… Mi chiede che ci faccio qui.
– Cerco una persona. Una poeta.
Mi guarda, curiosa. Non so se dirle il nome, ho paura di sembrarle presuntuoso.
– Be’, – dico, – anche lei è un monumento. Immagino che conoscerà ***.
– Certo. La poetessa. Ma perché la chiama al maschile?
Ho la risposta pronta. Direttamente dalle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, a cura della Commissione Pari Opportunità, Zecca e Poligrafico dello Stato, Roma 1987.
– Poeta è una parola epicena. Vale per il maschile e per il femminile.
– Ah. Va be’… E lei la cerca qui, la sua poeta?
– Non mi dica che non sa dove abita.
Mi guarda. Ha due occhi profondi e neri contornati da folte sopracciglia. – Non ne ho idea, – mi dice con quel suo fare spiccio. – Comunque, questa è la Ripa. Ricorda il numero?…
Non le rispondo.
– … Ma lei, perché si interessa tanto a ***?
Glielo sto per dire, ma accelera il passo e svolta per una via scura e stretta. Sulla cantonata vedo il caffè. Lei dovrebbe essere lì che mi aspetta. Annoto mentalmente il posto e seguo la ragazza. Non fa molta strada, si ferma sotto un portone con una fila di campanelli. – Io sono arrivata. Senta, – mi dice, – perché non sale da me, così le faccio vedere qualche mio lavoro?
è tutto così equivoco. Nemmeno il fatto che siamo qui insieme è molto chiaro. Milano è una città che stordisce. Uno prende la metro in Stazione centrale, scende a Famagosta e si ritrova in un paese in riva a un fiume, in un intrico di vie. Chiede informazioni e dopo cinque minuti è sotto casa di una ragazza sconosciuta che lo invita. Capisco come ci si possa perdere per sempre, qui. E non solo a Porta Ludovica.
– … se è per questo, anche a Porta Ticinese…
Come, scusi?
– Ah, no. Non dicevo a lei. Conosce Umberto Eco?
– Mi prende in giro? Vuol farmi credere che anche lui abita qui?
– No. Ma ha scritto un racconto che parla di come ci si può perdere a Milano.
– Lo conosco. “Il paradosso di Porta Ludovica”. Sta in Diario minimo. Mondadori, Milano 1978. Più volte ristampato.
La ragazza è sveglia. Potrei accettare, perché no? Ma le stanze degli studenti sono così tristi… Oppure invitarla a bere un caffè. Non fosse per il mio appuntamento. È anche bella, oltre tutto.
– No, grazie. Sarà per un’altra volta, – dico.
Che frase stupida. Ma lei non capisce. Si è già scordata dell’invito. Le parole vanno e vengono, in questa città. Così leggere, si perdono per le vie.
– Intendevo dire: grazie per l’invito, ma non posso accettare. Ho fretta.
La saluto e mi avvio verso il bar.
Appena svoltato, mi ricordo che non le ho risposto, non le ho detto dove abita ***.
Meglio così. Che se ne farebbe, una laureanda in architettura, dell’indirizzo di una poeta? E poi, io so solo che ci dobbiamo incontrare da “Charlie”.
lunedì 14 dicembre 2009
lunedì 2 novembre 2009
I Navigli celesti - Ricordo di Alda Merini
Il sorreggere
ad A. M.
Io lo so
che il sogno mio e tuo
ci è stato strappato
con impeto più feroce
di quanto si possa cantare.
Non strappano così
gli amanti da se stessi
le proprie viscere:
con ardore?
Cade dal cielo,
oggi,
finissima cenere;
arde i tuoi capelli,
le mie ciglia sfinite
di pianto.
Chiara veste, lucide
labbra, così ti ricordo:
il rosso e il bianco del mattino.
Sei stata per me
insperato riparo
in un giorno di pioggia,
quando cedeva la pietra sconnessa
sotto il peso del corpo.
Reggiti a me, ora:
sostiene il tuo passo malfermo
la mia mano di uomo;
e la tua mano di donna
– tu sciolta corrente di navigli celesti –
conforti l’arsura
che mi consuma.
martedì 27 ottobre 2009
Perché un blog?
Perché un blog? ce ne sono già tanti...
Vero, ma nessuno dedicato a Verona. La Verona “nera”, intendo.
E quando dico “nera” non mi riferisco alla città politica. A questo proposito, ci sarebbero molte cose da dire, ma me ne astengo… Preferisco parlare di temi che sento più consoni. Che poi sono quelli ai quali mi sto dedicando da un po’ di tempo…
Molti di voi mi conoscono come organizzatore. Per dieci anni ho lavorato al festival di poesia della Valpolicella (per due anni, nel 2002-2003, “di Verona e della Valpolicella”…) ed è stata una bella esperienza, che mi ha permesso di conoscere le voci più belle della poesia italiana, ma anche tanti amici, semplici fruitori, appassionati e attenti…
Il Festival mi ha dato tanto. Credo anche di aver dato tanto. Comunque a sufficienza…
Ancora oggi molti mi chiedono: Ma perché non organizzi ancora il festival? Ci manca… Be’, devo dire che quelle serate di primavera, nel chiaro delle corti, presi dalla musica, dalla poesia, anche a me mancano…
Ma, credetemi, non mi manca proprio il carico d’ansia che mi gravava addosso per sei mesi (tanto tra una cosa e l’altra mi impegnava il festival…), né le notti insonni, né le preoccupazioni per tutto quello che non funzionava. E le cose che non funzionavano erano ogni anno troppe…
Ma non la tiro in lunga. Il passato è passato. E devo dire che il motivo principale per cui ho abbandonato l’attività di organizzatore non è stato lo stress, ma un altro.
Anzi, sono due:
Primo, non era il mio mestiere. Mi sono reso conto che non ero bravo e non lo sarei mai stato. Mi mancava la freddezza, la durezza, e tante altre cose…
Secondo e principale: non era quello che volevo fare da grande…
E allora, cosa volevo fare?
Scrivere. E che altro, se no?
Direte: Sai che novità: in questo paese tutti vogliono scrivere.
Dico: Va bene. Ma io rispondo solo per me stesso.
E in effetti in questi ultimi anni qualcosa è uscito. Se fate un salto sul mio sito (www.francoceradini.it) potrete farvene un’idea.
Tre romanzi: il primo, Pulviscolo, di intonazione introspettiva, ma con ambizioni di critica sociale; il secondo, Di Maddalena e di me, un romanzo intimistico, assolutamente non autobiografico; e il terzo, Teatro delle ceneri, una fantasticheria su un’Italia prossima ventura che vi sconsiglio caldamente di leggere. Chi lo ha fatto, dice che per qualche notte non è riuscito a dormire…
(ma chi volesse proprio provarci, per 15,00 euro lo può comprare in libreria, ad esempio al Minotauro di Verona, oppure su IBS o altri siti di vendita via internet…)
Bene, direte, ma non s’è ancora capito il perché di questo titolo…
Perché Nero Veronese?
Un blog sui misteri di Verona?
Può essere…
Un blog sui malesseri di Verona?
Sicuramente…
Un blog su quello che io provo a scrivere su tutto questo?
Altrettanto sicuramente. O almeno, quella è l’intenzione.
Dal mio angolo di visuale, di autore portato all’introspezione, da qualche tempo vado ficcando il naso nelle vicende veronesi. Quelle atroci che ci hanno impressionato negli ultimi anni, dal caso Ludwig fino ai più recenti fatti di cronaca. La lista potrebbe essere lunga…
De Cataldo, Carofiglio? In genere, un tipo di narrativa che ricostruisce minuziosamente un fatto di cronaca, per portare alla luce lati oscuri o poco noti… Un Romanzo criminale in salsa veronese?... No. Ci ho provato, ma bisogna essere tagliati per queste cose. Confesso che il romanzo di indagini non mi attrae, nemmeno come lettore. Quando avverto che si tratta della ricostruzione di fatti realmente accaduti, non riesco a proseguire, cade la sospensione di incredulità, chiudo il libro e via… Nello scaffale a casa ho una fila di libri di questo tipo che ho comprato e che poi, con un misto di senso di colpa e di sollievo (mica tutto può piacere: non basterebbe una vita se si dovesse leggere ogni cosa, se non ci si lasciasse guidare dal gusto soggettivo…), non ho mai letto fino in fondo.
Devo dire che anche un altro genere di “noir” mi lascia freddo. Ovviamente, non per demerito degli autori. Anche qui, vale il criterio dello “strettamente personale”… Mi riferisco ad autori come Patricia Cornwell, Kathy Reichs, e tutti gli altri, anche italiani, che si divertono a collezionare atrocità, smembramenti, violenze gratuite…
Ovvio che la vita, oggi, è fatta anche di queste cose. E che è del tutto lecito appassionarsi a questo mondo oscuro. Ma lascio volentieri ad altri il compito di raccontarlo. Lunga vita al genere pulp!
I miei autori sono altri.
Uno, soprattutto, che ho scoperto molto tardi. Lo confesso, di Georges Simenon sapevo pochissimo, fino a qualche tempo fa. A parte qualche Maigret, e lo stesso Maigret televisivo, con Gino Cervi, o quello francese, con Jean Gabin, non conoscevo molto altro di lui. È stato per caso, durante una puntata di “Che tempo che fa”, con Roberto Calasso, che ho incontrato l’“altro” Simenon, quello dei romanzi “duri”. Fazio chiese all’editore quando l’Adelphi avrebbe pubblicato il secondo volume dei romanzi di Simenon. Il primo, già bellissimo, lo aveva conquistato.
Ed è stata una scoperta magnifica, quando, tempo dopo, mi sono portato a casa il cofanetto. “La casa sul canale”, “La vedova Couderç”, “Il borgomastro di Fournes”, oltre ai bellissimi “L’uomo che guardava passare i treni” e “La neve era sporca”, che già conoscevo… è stata come una cascata di emozioni: le situazioni, i personaggi si alternavano con naturalezza, senza forzature, svariando dal dramma all’elegia. La descrizione, nitida e puntuale, l’approfondimento psicologico, acutissimo, la cadenza narrativa, magistrale…
Ed è stato così che finalmente ho capito come scrivere il mio “noir”, dopo tanti esempi, italiani e stranieri, che mi avevano lasciato con un pugno di mosche.
Dopo mesi di esitazioni e tentativi a vuoto, dopo pagine e pagine abortite, la scrittura ha ripreso a scorrere.
Ne è nato il nuovo romanzo. Un “noir” che ancora non ha un titolo definitivo, e che potrebbe chiamarsi “Ca’ de Loi” (casa dei lupi…) oppure “Tra quattro mura”, come nel progetto iniziale.
Ci penserò. Il manoscritto è in giro da un po’, tra gli amici, e ora è nelle mani dell’editore…
Mi sa che dovrò rimaneggiarlo, oltretutto…
E intanto?
Intanto, vorrei scrivere altre cose più brevi. Dei racconti. Noir e non solo...
Da pubblicare nel frattempo, almeno qualcuno, su questo blog…
Per avere un dialogo con i miei lettori. Con quelli che già mi conoscono, e con quelli che spero di conquistare…
Ma mi piacerebbe che anche altri pubblicassero qui i loro racconti.
Noir, o d’altro genere…
Che ne dite? Si può fare?
Altre idee?...
Franco Ceradini
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